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Diario: 28 febbraio, mattina freddissima

E’ successo il 14 febbraio.
Per me, che leggo gli eventi come segni, è una magnifica data.
E’ successo come doveva succedere. Così.
Un lunedì disordinato, frettoloso, arruffato come un gattino appena sveglio.
Di corsa la mattina a prendere il treno, dopo aver indugiato troppo nel letto e dopo una doccia veloce, ma assolutamente necessaria per svegliarsi.
Niente trucco.
Addosso metto quello che capita, ma confortevole, morbido.
Una gonna, un maglione, calze a righe e stivali allacciatissimi. Colori caldi.
Dimostro 10 anni di meno.
Finalmente arrivo al lavoro e subito si presenta la lunga lista delle cose da fare.
In una pausa tento di darmi un contegno e vado ad “incipriarmi” il naso.
Niente da fare.
La mia trousse l’ho lasciata a casa. Insieme alla testa.
Pazienza. Tanto… Chi vuoi che mi guardi…
Arriva l’ora del pranzo e i colleghi mi chiedono di andare a mangiare con loro.
Non ne ho il tempo. Alle 14.30 ho un appuntamento importante e tante sono le cose da finire.
Esco per accogliere i miei amici che mi hanno raggiunto e con cui tra breve avrò un incontro per motivi di lavoro.
Squilla il cellulare. E’ Ale.
“Peccato tu non sia venuta a pranzo con noi. C’è W.!”.
Ecco.
Eravamo nello stesso posto, a pochi passi di distanza. E per un soffio non ci siamo visti.
E’ un segno.
Meglio così.
Incasso il colpo.
Anzi… sono felice. Finalmente un segnale a cui aggrapparsi e farla finita con questa “ragazzata”.

Viene il momento di un caffè.
Sì, ci vuole, prima di questo incontro importante che ci farà capire in che direzione dobbiamo andare per costruire il nostro sogno, il nostro progetto rivolto ai ragazzi della nostra piccola comunità.
Ti vedo al bar. Sorrido.
Stranamente non mi sento né bella, n’è brutta. Sono io. Con la mia vera faccia. Senza la minima traccia di trucco, senza niente. Sono così.
Ci salutiamo con un bacio a fil di guancia.
Strano. Ora che ci penso, non ricordo il tuo odore….
Mi dici subito che non ho risposto alla tua mail, tardiva, di auguri di compleanno.
No che non ti ho risposto. Era vergognosamente formale, melliflua.
Arrossisco mentre ti dico che dovresti darti alla politica.
Parliamo ancora un po’, ridendo, prendendoci in giro.
Mi impongo di ricordare i miei amici che ho abbandonato lì, al mio fianco. Ma è come se fossero lontanissimi, come se tutto fosse lontanissimo e fossimo solo noi due.
Ci salutiamo. E stavolta, mentre ci diamo il solito bacio sulla guancia, sento il tuo braccio intorno alla vita stringermi un po’ di più. Avverto il contatto, la tua spontaneità nel farlo. Veramente.
Torno sulla terra, torno al mio caffè e agli amici.
Ma tu, sorprendentemente, mi parli ancora a distanza e sorridi. Ridi, come se non volessi lasciarmi andar via.

E un flash.
Dal film “Chocolat” ricordo la scena finale. Lui torna. Lei lo guarda e non dice proprio nulla. Prepara invece una cioccolata in tazza, semplice, calda. E lui le dice che, finalmente, dopo tanti tentativi falliti, è proprio quella che preferisce. Semplicemente così.

Laltrame

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